Bazoli: "Fatti delittuosi circoscritti: il sistema bancario è sano."

16/01/2006 - Pubblicazione autorizzata dal Direttore della rivista "Gente Veneta" Don Sandro Vigani.

"Se l'economia è in crisi non è colpa dell'euro che anzi ha salvato il Paese dalla bancarotta": è l'opinione di Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa e della Fondazione Cini di Venezia, intervistato in esclusiva da GV su economia, capitalismo, banche e scalate...

Prof. Bazoli, l’economia italiana è malata. Alcuni danno la colpa all’euro o alla stagnazione che l’economia sta avendo in tutta Europa: forse però la malattia, per l’Italia, viene da lontano. Quali le cause?
L’economia italiana attraversa una fase di grave difficoltà. Dal secondo trimestre del 2001 il tasso di crescita risulta mediamente inferiore all'1% annuo. Siamo cioè in una situazione di non crescita, ossia di stagnazione, anche se va tenuto presente che il quadro complessivo scaturisce da componenti di segno fortemente disomogeneo perché in alcuni settori alcune aziende continuano a realizzare pingui utili di bilancio. Ma, al tirar delle somme, si deve constatare che la produzione, i consumi, l’occupazione e le esportazioni complessivamente ristagnano. Le difficoltà attuali sono più preoccupanti di quelle incontrate dalla nostra economia nel passato perché la globalizzazione dei mercati ha fatto emergere la debolezza strutturale di un sistema produttivo caratterizzato da una scarsa qualificazione e dai non elevati livelli di istruzione della forza lavoro, dalla dimensione ridotta delle imprese, da una specializzazione produttiva in settori di bassa intensità tecnologica. L’irruzione nel mercato globale di paesi in via di sviluppo ha spiazzato negli scambi internazionali molti settori della nostra produzione tradizionale. E' cioè mancata all’economia italiana la capacità di rinnovare per tempo il proprio modello di specializzazione produttiva.
L’euro non può essere assolutamente additato né come causa né come concausa di questa crisi. E’ vero che in passato l’Italia ha fatto ripetutamente ricorso alla svalutazione della lira per compensare gli svantaggi competitivi della propria economia, ma si trattava di rimedi temporanei ed effimeri, che non risolvevano il problema di fondo della propria debolezza strutturale, limitandosi a rinviare il momento del “redde rationem”. La verità è che l’euro, contenendo i tassi di interesse e l’inflazione, ha salvato il bilancio statale dalla bancarotta e ci ha protetto dai rischi più gravi cui ci avrebbe esposto il mercato globale.

Ricette per risalire la china?
Non sono assolutamente da considerare come rimedi applicabili né quello di un ritorno ad una presenza pubblica in settori strategici dell'economia, né quello di misure protezionistiche da introdurre a difesa dei settori più esposti del nostro sistema produttivo. Le istituzioni pubbliche dovrebbero invece impegnarsi in altre direzioni: in primo luogo, stabilire un quadro chiaro e trasparente di regole, garantendone il rispetto; in secondo luogo, rilanciare il processo di privatizzazioni, avviato alla fine degli anni Ottanta, e poi rallentato, accompagnandolo peraltro con una politica di una vera liberalizzazione dei mercati di riferimento. Allo Stato si dovrebbe altresì chiedere di mettere a disposizione del sistema produttivo alcuni beni collettivi necessari per assicurarne la competitività: infrastrutture, opere pubbliche, ma soprattutto il bene essenziale dell'istruzione. Senza uno sviluppo della ricerca scientifica e una maggiore qualificazione della forza lavoro è illusorio pensare che la nostra economia possa trovare nuovi canali di specializzazione.

Lei si è definito un presidente di banca che però non si sente un banchiere: perché?
Io sono diventato "banchiere" più per circostanze fortuite che per una vocazione professionale. La mia formazione è di natura giuridica. Prima di assumere l'attuale responsabilità facevo l'avvocato e insegnavo all'università Diritto pubblico e Diritto amministrativo. Essendo presidente di questa banca dal lontano 1982 (quando il Nuovo Banco Ambrosiano raccolse l'eredità del fallito Banco di Calvi), sono oggi probabilmente in Italia il presidente più anziano di carica.
La mia diversa formazione professionale mi ha sempre portato a guardare le vicende economiche e finanziarie non sotto il profilo puramente tecnico ed economico, ma in una prospettiva più ampia e complessa.

In Italia, come nel resto dell’Occidente, si è imposto in questi anni il modello capitalistico anglo-americano: quali i pregi e i limiti?
Il successo dell'economia di mercato è legato alla verifica storica della sua capacità di generare una crescita della ricchezza. E' indiscutibile infatti che i livelli più alti di prosperità e di benessere sono stati raggiunti dalle società che hanno adottato tale modello. Il pesante risvolto negativo di tale processo consiste nelle disuguaglianze economiche e sociali che il sistema non si è finora dimostrato capace di superare. La responsabilità delle situazioni di arretratezza e delle disuguaglianze presenti tra le aree del mondo non può essere attribuita alla liberalizzazione dei mercati, perché esse sono il frutto di situazioni preesistenti e di storie diverse.
Resta tuttavia che il sistema economico e finanziario di mercato, applicato su scala mondiale, non ha saputo impedire l'allargarsi degli squilibri economici, oggi ancor più scandalosi e intollerabile che in passato.

Si può davvero mettere d’accordo la finanza col Vangelo: a quali condizioni?
Il modello economico capitalistico (o di mercato) non deve più competere con il modello alternativo collettivistico, proprio dei regimi comunisti. Perciò il dibattito sul capitalismo, che in passato sconfinava necessariamente nel campo dell'ideologia e della polemica politica, oggi può svilupparsi in modo più obiettivo e concentrarsi quindi su questo punto: la capacità di tale modello di rispettare i capisaldi dell'aggregazione sociale e i diritti fondamentali degli individui.
Da questo punto di vista il pensiero cattolico può avere un grande ruolo da giocare, soprattutto da quando, con la Centesimus Annus , la dottrina sociale della Chiesa ha superato le precedenti pregiudiziali di principio nei confronti del sistema capitalistico. Io ritengo che l'approccio corretto al problema sia quello di adoperarsi per correggere e superare i limiti e le inadeguatezze gravi che il modello capitalistico oggi dominante presenta.

Fiorani, ma prima il ruolo ambiguo delle banche nel caso Parmalat e Cirio: incidenti fisiologici di un sistema che funziona, o è il sistema stesso a fare acqua?
Una corretta lettura delle crisi industriali e finanziarie che si sono verificate ultimamente e che hanno comportato conseguenze pesanti sui risparmiatori deve portare a distinguere le responsabilità. Innanzitutto, la responsabilità dei gestori di imprese che hanno commesso gravissimi illeciti di ordine penale. In secondo luogo, il mancato funzionamento di più linee di controllo, all'interno e all'esterno delle aziende. Ci sono state responsabilità anche da parte delle banche? Credo che debbano essere riconosciute, soprattutto nella fase di collocamento delle obbligazioni industriali presso la clientela, parlo però di colpe e inadeguatezze professionali (frutto in gran parte di asimmetrie informative), mentre ritengo che debbano essere esclusi (almeno per le banche italiane) comportamenti dolosi. Si tratta certamente di vicende che hanno incrinato la fiducia dei cittadini nei confronti dei mercati finanziari, ma i fatti delittuosi sono circoscritti a pochi e isolati soggetti, perché il sistema bancario italiano, nel suo complesso, è sano e ha raggiunto livelli di efficienza adeguati alla concorrenza internazionale. Non solo, ma occorre riconoscere che nel fronteggiare la crisi di alcune grandi aziende italiane, le banche hanno svolto un'opera preziosa di sostegno e di salvataggio.

Il Triveneto, fino all’altro ieri era locomotiva dell’economia italiana con la sua rete capillare di piccole imprese a conduzione semi-familiare. Oggi cos’è?
Questo territorio ha rivelato nei decenni passati una spiccata vocazione imprenditoriale, che l'ha portato a raggiungere un alto livello di benessere materiale.
La sua caratterizzazione nel senso di una elevata frammentazione della struttura produttiva ha avuto però ricadute negative dal lato della coesione sociale, generando anche uno sterile antagonismo nei confronti delle amministrazioni pubbliche. Il risultato è che oggi in alcuni settori merceologici le imprese del Triveneto incontrano gravi difficoltà in termini di competitività internazionale. Nell'ultimo decennio la perdita di competitività dell'economia del Triveneto non è stata inferiore alla media del Paese. Anche il modello di distretto industriale che è stato l'asse portante dello sviluppo economico del territorio è entrato in crisi e deve essere ripensato.
L'affermazione di una strategia di successo deve puntare al superamento delle criticità storiche di questa economia: oltre alla dimensione troppo contenuta delle imprese e ad una insufficiente cooperazione tra le stesse nei distretti, anche competenze manageriali non abbastanza diffuse, nonché una capacità di ricerca e di innovazione tecnologica non adeguata alle sfide della competizione globale. Queste criticità non sono superabili da parte delle sole imprese, ma necessitano di uno sforzo condiviso anche dal sistema bancario e dalle istituzioni. Improcrastinabile appare, ad esempio, un intervento delle amministrazioni pubbliche, statali e locali, per affrontare i gravi problemi di tipo infrastrutturale che limitano la mobilità delle persone e delle merci in tutto il Triveneto.

Sandro Vigani Tratto da Gente Veneta , no.2 del 2006


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